L’opera in acrilico di Clotilde Schenetti si presenta come una soglia simbolica, una porta che invita lo spettatore a varcare il confine tra realtà e visione interiore. Attraverso questa apertura si dischiude un mondo sognante, profondamente legato alla sensibilità dell’artista: uno spazio sospeso, fatto di case e di architetture intime, ma anche di proiezioni verso mondi esterni, lontani e quasi irraggiungibili.

Il riferimento all’Antropocene emerge con forza nella costruzione visiva dell’opera. La vita appare arroccata, come se fosse costretta a sopravvivere su un monte invisibile, isolata e fragile. Gli elementi naturali — le foglie verdi, i simboli della vegetazione — sembrano celarsi, quasi scomparire, suggerendo una presenza ormai marginale, nascosta dietro l’espansione umana.

La tavolozza cromatica è uno degli aspetti più affascinanti del lavoro: i colori vivaci si incontrano in modo sorprendente, creando un equilibrio dinamico e quasi magico. Schenetti dimostra ancora una volta una sensibilità raffinata nell’accostamento delle tonalità, capace di trasmettere al contempo energia e inquietudine.

Dal punto di vista tecnico, l’acrilico è steso con sicurezza e consapevolezza. Il gesto pittorico appare deciso, guidato da una mano esperta che sa quando definire e quando lasciare spazio all’evocazione. Il risultato è una superficie vibrante, in cui la materia pittorica contribuisce attivamente alla costruzione del significato.

Nel suo insieme, l’opera si lascia osservare con piacere, catturando lo sguardo e accompagnandolo in un viaggio visivo suggestivo. Tuttavia, sotto questa apparente armonia, emerge una riflessione più amara: la consapevolezza che l’essere umano, nel suo incessante costruire, ha finito per distruggere una parte fondamentale del proprio mondo.

Tina de Falco

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