L’opera a chine e cere che osserviamo non è solo un paesaggio: è una condizione dell’anima. In bianco e nero, priva di ogni orpello cromatico, essa restituisce la potenza visiva e narrativa di una fotografia antica, come se il tempo avesse già lasciato su di essa una patina di malinconia. Il mare, protagonista muto, si apre davanti a noi in una giornata di novembre, fredda, grigia, inospitale. Non c’è tempesta, né dramma esplicito – solo una quiete gelida, capace di suggerire con delicatezza una fine, la conclusione di un’estate che non tornerà.
L’uso sapiente delle chine, unite alla morbidezza opaca delle cere, crea una tessitura visiva che amplifica la sensazione di sospensione. La materia pittorica non urla, ma sussurra: ogni tratto è ponderato, ogni vuoto è eloquente. Non si tratta solo di un luogo, ma di uno stato d’animo.
Il paesaggio sembra appartenere al nord Europa – ma potrebbe essere ovunque, perché il suo vero spazio è quello della memoria e della riflessione. Le case che si affacciano silenziose sulla costa appaiono immobili, come abitate solo da pensieri. Nessuna presenza umana anima la scena, ma si percepisce la traccia di chi lì ha vissuto, ha osservato, ha amato e poi è partito.
Questo è un paesaggio dell’attesa e del ricordo. Un luogo raccolto, quasi sacro, dove il tempo sembra essersi fermato per ascoltare le storie di chi si è seduto a guardare il mare. Ecco allora che l’opera diventa più di una rappresentazione: diventa specchio emotivo, spazio aperto al silenzio e alla contemplazione.
L’artista Schenetti riesce, con pochi elementi e una gamma tonale limitata, a evocare un mondo complesso: quello che si agita dentro ognuno di noi nei momenti di passaggio, di perdita, di ripensamento. Un’opera che non chiede risposte, ma offre ascolto. Un’opera che resta.
Tina de Falco

